#126

I sottintesi e i per scontato
sono pericolosi più delle parole,
perché con un nesso implicito
uno ci fa quello che vuole.

Attenti ai silenzi: valgono
più di quello che uno dice,
lasciano tracce altrettanto evidenti
ma dall’esterno meno interpretabili.

Il trucco? Parlare meno
e prestare più attenzione. Scrivere meglio,
leggere tutto. Prendersi sul serio
sempre, quasi mai.

#125

mia venere storta,
non sarà certo questa la notte
in cui i dannati cumuli sconci
mi abbandoneranno per terra,
smettendo di rovistarmi la testa.

non sarà oggi il giorno in cui
i miei mille dubbi sparsi,
tra passaggi di status incerti
e parole di crisi a mezza asta,
troveranno assoluzione onesta.

non credo al karma, altrimenti
avrei già abbandonato la dolcezza,
rea sconfessa di ogni probabilità
statistica, l’equazione indegna
perfetta che mi sgomina
la critica estetica.

il buon senso non ci appartiene,
non chiedermi alla metrica. solo suoni
gutturali e soffiati contro ai timpani,
quando stacchi tra un respiro e l’altro,
sola a trattenerti la voce.

pausa.
voglio correrti dentro,
ci si perde meglio al buio.
la tua schiena
nel collo della mano,
una svista.

#124

è quasi finito
questo Ventitré Maggio.
Cinque anni fa
ero un altro,
eppure tu
– sei – sempre lo stesso

saldo la parte migliore
che trattengo,
salvo il tuo nome
nella voce sorda
del ricordo,
eri un essere lucente
e ti appartengo

sopravviverti è stata
la cosa più dura,
la volta più grave.
salvarsi riporta alla vita
a toccare la luce,
il dolore rende umani
quando non ti schiaccia.
sentirsi vulnerabili e deboli
ci fa brillare,
serve a scoprirsi forti,
e quando o perché
tanto docili, così sensibili,
possiamo rivelarci
rivederci in quanto magnifici.

#123

Di notte rimetto,
spesso a sbafo
perdo quel po’ di me
che ostinato resiste,
in qualche angolo di strada
poco illuminato.
Stronza, non riesco a dormire.
Mi chiedo perché,
dove cazzo sei. Svengo malato
nei riflessi attonito,
mi maledico. Decrepito
sollecito merda.
Putrida bellezza, saggia latrina,
randagia sciocca.
Mi brucia rugiada di vetro.
Monto il giorno – fluttuante nel vizio –
mi puzza l’anima. Frustro dimentico
l’insolito raggio. Non c’è or mai,
chi senza.

#122

FORMICHE

In tangenziale
tra macchine in fila
per ordine marziale.
Sulla scale mobili
della stazione
mentre abbracciano
la Centrale. Stipate sui treni.
Dell’orrore, dell’errare.
Arrivano brulicanti
esitano e insistono
verso un giorno
che frattura loro
un conto quasi sempre
troppo salato
da saldare.
In debito di ossigeno,
in mancanza del tempo
per resuscitare altro;
per reagire al rigurgito.
Oberate si affastellano
tra gli uffici precari
e le succursali dimenticate
da dio.
Gli ipocriti non ponderano
e si ravvedono sgualciti:
“Ma quando cazzo gli operai
sono finiti?”
se l’unione fa la forza
anche le formiche nel loro
piccolo si incazzano
“Ma quando cazzo
ci incazziamo noi?”
morti di pazienza depressi,
tra rassegnazioni
e distrazioni, pregne
di pavida ignoranza.
Operatori del terzo millennio
dalla rabbia incomoda
e scomunicata:
“Stanno arrivando i robot,
stanno arrivando a prenderci.
Stanno arrivando i robot,
stanno arrivando”.
Stiamo arrivando.

#121

Io non piaccio…
Io non mi piaccio.
Perché per piacere
Voi non mi dovete
Piacere. Ora
Dunque lo sapete:
Voi non mi piacete.
Se non vi piaccio,
Non mi piaccio.
Anzi no, mi piaccio!
Quanto mi piaccio,
Quando vi piaccio.
Vi piaccio o non
Vi piaccio?
Ci piace tutto
O non esiste.
Dopotutto
Tocco tutto.
Prima di tutto,
Soprattutto,
Mi piace
Di piacerti.
Mi piaci tu,
Moltissimo.
Anche se
Non mi piaccio
abbastanza.
Ma tocchi blu:
Tu tu tu tu tu…
Non giochi più.
Ed io no,
Non piaccio.
Io non mi piaccio.

#120

Volevo scoparti così forte
da farti perdere i denti.
La cannuccia per la fame
a raccogliere desiderio.
I maschi dei rimorsi
sono da bere alla goccia.
Non sai quel che credi
se non sei quel che vuoi.
Ma la notte scorsa
ti avrei tenuta su due piedi.
Resistono giorni
che vanno irrisi sfiniti.
Mitighiamo posizioni che sono
di principio da ammazzare.
Allacciamoci sporchi
cinture per le mani.
Potresti scoprire che
è tanto più bello godere.
Rinvenire a cercarti
e trovare me alla volta.
Il cuore incespica quando
lo stomaco precipita.
Se dai, l’amore per te
è l’amore che hai.